La seconda lingua materna

Il dialetto non è mai morto Oggi rivitalizza l’italiano (ma solo quando ci unisce)
di Roberta Scorranese


Progetti scientifici, app ideate dai giovani e una florida letteratura di successo
Così la lingua materna ci arricchisce
Gli specialisti: non sia strumento di divisioni

 


Ormai quasi quarantacinque anni fa, nella sua ultima apparizione pubblica prima della morte, Pier Paolo Pasolini tenne un famoso discorso a Lecce. Parlò dei dialetti a rischio scomparsa, della televisione colpevole di un «genocidio culturale» con l’imposizione di una lingua standard, «quella di Mike Bongiorno», per capirci. Era un’altra Italia, quella del 1975: tra le classi sociali c’erano fossati culturali che andavano riempiti e la padronanza dell’italiano era il punto di partenza. I dialetti erano stati già stigmatizzati dal fascismo e negli anni Settanta, come osserverà poi un grande sociolinguista come Gaetano Berruto, «ci si vergognava della propria lingua madre». E la televisione unificava il Paese con un idioma omogeneo, accessibile a tutti ma intriso di una fredda correttezza formale che agli occhi di Pasolini suonava come una spaventosa ingiunzione dall’alto.

Otto milioni di italiani parlano così

Strada strà-da


Tratto lungo di terreno battuto, lastricato o asfaltato, percorribile con veicoli, che mette in comunicazione località diverse o lungo cui si dipanano centri urbani; tragitto; esperienza, carriera, condotta

dal latino (via) strata.

Lingua Siciliana: storia di un popolo

Le origini della lingua Siciliana: l’avvincente storia di un popolo
di Giusi Patti Holmes

La lingua è la storia di un popolo e quella siciliana lo è dei tanti che l’hanno abitata. Dire dominata mi pare, ormai, anacronistico perché ognuno di noi è figlio di questo melting pot di culture che in alcuni faranno predominare i caratteri arabi, in altri quelli normanni, in altri ancora quelli spagnoli e così via.

Arabismi nella lingua napoletana

 

Arabismi nella lingua napoletana
di Carlo Fedele

 

La storia dell’incontro tra gli Arabi e la città di Napoli (o meglio, la Campania) si può racchiudere circa in un secolo: dalla richiesta di aiuto dei napoletani agli arabi perché sotto l’assedio dei longobardi del ducato di Benevento; dall’accoglienza che il Vescovo di Napoli Atanasio riservò loro in quanto alleati contro Roma e contro Bisanzio; fino al patto che poi i duchi di Gaeta e di Napoli firmarono col resto del regno d’Italia per respingere con successo l’invasione araba della penisola, dopo che questi avevano conquistato la Sicilia.

In questo intervallo, nuovi e numerosi fonemi s’inserirono nel nostro dialetto, già amalgamato dalle ascendenze greche e latine.

“Quatto, li luoche de la Sarracina: Puortece, Crumano (San Giorgio a Cremano), la Torre (del Greco) e Resina”, un adagio antico che indicava i luoghi nei pressi di Napoli dove si stanziarono gli arabi.

Ed ecco una parziale campionatura di parole di matrice araba tuttora vive nel dialetto napoletano:

APPELLO dei docenti e dei lavoratori dei Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA)

SCUOLE E PORTI APERTI
Alle donne e agli uomini che vivono in Italia
Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
Al Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani
Al Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte
Al Ministro del MIUR Maro Bussetti
Al Presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino
Al Sindaco della Città di Torino Chiara Appendino
Al direttore dell’USR Piemonte Fabrizio Manca
Alle Associazioni dei migranti
Alle Associazioni che lavorano sul territorio
All'ASGI

Lettera aperta al Presidente della Repubblica


Appello della Società Psicoanalitica Italiana: 618 psicoterapeuti Scrivono a Mattarella.

Non possiamo accettare il razzismo crescente che sfocia in atti di cui una nazione civile dovrebbe vergognarsi.

Conosciamo le gravi conseguenze psichiche di tutto ciò che sta succedendo, sia in coloro che si sentono rifiutati ed emarginati, sia nei figli che avranno, sia in coloro che si trovano a dover operare in modo disumano e che rischiano essi stessi di impoverirsi dei valori fondamentali dell’esistere. Non siamo disposti, per tutti questi motivi, a vedere una parte dell’Italia abbracciare xenofobia e razzismo.

Petizione

 

 

Schedature etniche:

perché non possiamo tacere

 


Al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri.

Riteniamo opportuno, in quanto membri della società civile, consegnare queste nostre riflessioni alle massime cariche dello Stato.

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